Da "la Repubblica"

ZIRO CIRO FOTO

I soldi li facevano a Napoli e li ripulivano a Roma dove avevano messo su un giro di 28 pizzerie nel cuore della città. Un fiume di denaro e una serie lunghissima di reati che ha portato in manette 90 persone. Anzi 89: Giuseppe Cristarelli, 43 anni, imprenditore nel tessile accusato di usura ed estorsione e legatissimo al clan, non appena ha visto i poliziotti entrare in casa, ha detto di non sentirsi bene, ha aperto la finestra e si è lanciato nel vuoto dal suo appartamento al quarto piano di via Banti, nel prestigioso quartiere Fleming a Roma.

Ha preferito farla finita piuttosto che finire dietro alle sbarre. Un suicidio che ha trasformato in tragedia l'operazione interforze coordinata dalla Dna e dalla Dda di Napoli alla quale gli inquirenti lavoravano da anni e che li ha convinti ad annullare in fretta e furia la conferenza stampa.

Novanta gli arrestati, 250 milioni circa il valore dei beni messi sotto sequestro (anche con una misura di prevenzione del tribunale di Roma), duecento gli indagati e una ramificazione spaventosa che arriva fino alla Toscana e alla Riviera Romagnola. L'impero dei Contini, uno dei clan più temibili della Campania arrivava fino a Firenze, ma aveva il suo cuore pulsante nella capitale. Il boss Eduardo Contini, non a caso detto "o romano", aveva stretto un rapporto con i fratelli Righi, Salvatore, Antonio e Luigi, proprietari di pizzerie nel centro di Roma, le famose "Zio Ciro", che gli lavavano i soldi. Milioni e milioni di euro che permettevano alla malavita di reinvestire, di fare affari e di ripulirsi da un passato criminale per entrare nel mondo dell'imprenditoria.

PIZZA CIRO

Gli affari del clan spaziavano in diversi settori, tra cui anche il calcio, e si basavano su diversi rapporti personali in cui non mancano i colletti bianchi: tra gli indagati c'è un vice-prefetto, Francesco Sperti, accusato dal procuratore aggiunto dda di Napoli, Giovanni Melillo, e dai pm Marco Del Gaudio, Ida Teresi Filippo Beatrice e Francesco Curcio
(questi ultimi due della procura nazionale), di aver fornito consulenza legale e appoggi burocratici ai fratelli Righi, di professione riciclatori, peraltro al servizio di un altro temuto clan campano, i Mazzarella.

Gente che a Roma si era creata un'apparenza onesta, vite agiate, macchinoni, ville e attici. Questa la facciata. Dietro c'erano droga, estorsioni, usura e evasione fiscale. Non si
facevano mancare niente i Contini e con loro i Righi, legati da un rapporto di affari non esclusivo: i tre fratelli non erano affiliati al clan, semplicemente fornivano un servizio. Solo così si spiega il fatto che, contemporaneamente, lavorassero per un'altra cosca.

PIZZA CIRO ROMA

La parte romana dell'operazione, curata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal pm Giuseppe Cascini e delegata ai carabinieri del nucleo investigativo della capitale, ha portato a una misura di prevenzione con sequestro di tutti i ristoranti (situati in zone centralissime come il Pantheon e piazza di Spagna, tra questi "Pummarola e Drink", "Zio Ciro", "Frijenno Magnanno", le catene "Pizza Ciro" e "Sugo", "Il Pizzicotto" e la gelateria "Ciuccula"), di immobili, conti correnti e società. Tutte attività riconducibili ai Righi anche se nessuna di loro era formalmente intestata: tra gli indagati, infatti, ci sono anche molti prestanome.
"Dai faccendieri ai pensionati prestanome ecco lo sbarco a Roma della cosca Contini"
Negli anni '90 l'intesa con la banda della Magliana

Da "la Repubblica - Roma"

I Righi, una famiglia di imprenditori napoletani unitissima al clan Contini, sbarcano a Roma negli anni Novanta. Le carte di un'inchiesta faticosissima portata avanti da due procure (Roma e Napoli), sotto la regia della Direzione nazionale antimafia diretta dal procuratore Franco Roberti, raccontano che «poco dopo la metà degli anni '90, la famiglia Righi allarga i suoi orizzonti, acquistando nella capitale numerose aziende commerciali, tutte ubicate nel centro storico e tutte operative nel settore della somministrazione di alimenti e bevande». Un vortice di compravendite, di società fittizie create ad arte e una rete di prestanome sostituiti continuamente per non essere mai incastrati che, locale dopo locale, ha divorato l'economia sana di una città da sempre al centro di appetiti malavitosi.

PIZZA CIRO VIA DELLA MERCEDE

IL PRIMO SBARCO A ROMA
Gli anni Novanta dunque, trent'anni fa. In questa prima fase dell'avventura romana i prestanome dei Righi, scrivono i magistrati, sono Alfredo Mariotti e i componenti del suo nucleo familiare, la moglie (Rossana Baccelloni) e i tre figli (Marco, Mirko e Fabiana). La scelta della testa di legno è significativa perché Mariotti, dicono i pubblici ministeri, «non è un oste romano di una qualche esperienza, né un affermato imprenditore del settore della ristorazione». Personaggio pulito ma da sempre legato, secondo un collaboratore di giustizia, a un clan cutoliano.

LA BANDA DELLA MAGLIANA
L'invasione nella Città Eterna non poteva non passare per quella che, nella metà degli anni '90 , era ancora l'organizzazione più forte: la Banda della Magliana. Il clan napoletano, secondo le dichiarazioni di un pentito, «disse di aver rapporti ad alto livello» a Roma «con criminali di spessore, quali, come poi ho potuto constatare personalmente, Ciro Maresca, Enrico Nicoletti, Pippo Calò e altri esponenti della Banda della Magliana». Arrivato nella capitale il collaboratore di giustizia conobbe Alfredo Mariotti, faccendiere dei Contini (e dunque dei Righi) e uomo di fiducia di Cillari (capoclan di Salerno dagli anni '70).

Il FACCENDIERE DELLA CAMORRA
Alfredo Mariotti, che abbiamo visto essere colui che i Righi mandarono in avanscoperta come intestatario di ristoranti e pizzerie, la testa di legno utilizzata per sbarcare nel mercato romano, era l'uomo che la camorra utilizzata come faccendiere. «Non solo nel disbrigo di faccende e di affari, come portare un delicato documento o dei soldi a un destinatario indicato dalla malavita campana, ma anche per rinsaldare rapporti con esponenti di spicco della criminalità e della finanza che gravitavano su Roma, in particolare con Enrico Nicoletti e Flavio Carboni». Una figura importante, Mariotti, capace di ricavarsi una fetta nell'economia della città, contrattando favori e barattando imprese con la mala capitolina.

LA HOLDING ROMANA DELLA PIZZA
Il primo segno che porta gli inquirenti sulle tracce di Alfredo Mariotti, arruolato dal clan, è una società a lui intestata con sede legale in via delle Milizie 34. A quell'indirizzo hanno la sede legale le aziende che operano con i marchi "Zio Ciro" e "Pizza Ciro". Bingo. Quando nel '98 uno dei figli di Ciro, Antonio Righi, subì il sequestro alcune sue attività, la famiglia cominciò ad avere paura che tutto il patrimonio e il business potesse essere scoperto. In realtà quell'inchiesta non incise sulle fortune imprenditoriali dei Righi. Come fu possibile?

IL METODO PENSIONATO
La camorra per prevenire le mosse degli investigatori cominciò a cedere le società a pensionati, donne, compagne di amici. E a cambiare continuamente e rapidamente la titolarità delle aziende. Qualsiasi accertamento su attività commerciali richiede tempo, e ricostruire l'intera filiera di teste di legno che si passano la staffetta di società, è un gioco in cui la malavita è sempre stata più veloce della burocrazia e dei tempi tecnici di indagini. Così "Il Pizzicotto" passa alla convivente di Righi e a proprietari che allontanavano sempre più l'odore del clan dalla gestione dei ristoranti.

LA BROCHURE AI CARABINIERI
I carabinieri di San Lorenzo in Lucina durante una visita alla pizzeria "Pizza Ciro", trovarono Salvatore Righi a dare ordini a cuochi e camerieri. Scambiati per clienti veri, ricevettero un cartoncino pubblicitario dove erano indicate tutte le attività riconducibili al gruppo: dal Caffè Pantheon di piazza della Rotonda alla gelateria Navona in via Agonale. Un autogol che spalancò la strada per sgretolare l'impero romano della camorra.

 

 

Fonte:

http://www.dagospia.com/rubrica-29/Cronache/articolo-70546.htm