Paolo Berizzi per "La Repubblica"

La miccia corta che collega e fa saltare due vite che non si tengono. Incompatibili nel mondo visto in superficie. Un rosario di domande inevase, buttate lì un po' al buio (perché la storia è e rimane oscura). Domande che il giorno dopo rimbalzano sulla facciata del palazzo di vetro, il palazzo della morte programmata.

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La casa rifugio dei due amici che si uccidono col gas. Uno da Chelsea, l'altro da Cornaredo. Qui, sotto i glicini di piazza Tommaseo veniva ogni sabato, la mattina e dopo pranzo, Guido Schiatti quando tornava da Londra a giocare col figlio e cioè il suo appiglio alla vita vera, quella senza piani sfalsati, senza mezzanini.

Nel suo, una foresteria nel palazzo di famiglia, sono rimasti: un cd dei Beatles, una copia della "Gazzetta", due giacche, un ombrello, una scatola di cereali, due tazzine sporche di caffè e poco altro. Tutto è stato passato al setaccio dalla polizia: il fascicolo affidato al pm Silvia Cavallari è da considerarsi già chiuso. Ancora prima dell'autopsia.

Suicidio. Suicidio per depressione. Buio pesto. Sullo sfondo restano le domande. Perché un uomo ricco, che «stava bene», che «aveva successo con le donne» - l'ultima fidanzata, londinese, bellissima - , che era «soddisfatto per il lavoro» sprofonda in un abisso e, insieme all'amico meno fortunato e forse più disperato di lui, assembla i pezzi di un marchingegno suicida brevettando la sua fine con perizia ingegneristica?

suicidio crisi

Quali segreti si celano tra le pieghe di una vita «quasi perfetta » ma non abbastanza da sopravvivere a un sacco di plastica pieno di gas? Questa è la storia inspiegabile di Guido Francesco Schiatti, di madre Radice, erede di genitori ereditieri, nipote di nonna molto possidente, case e terreni in Brianza, un intero palazzo qui.

In un mondo «normale» le vite di Guido e Fabio Bernini, suo amico e opposto, il compagno di morte, sarebbero inconciliabili. Poli contrari. Guido che ha tutto e non vuole nulla. Fabio che non ha niente (così ha lasciato scritto nelle due lettere, «né lavoro né affetti», anche se la famiglia dice adesso che sono «notizie non veritiere») e forse vorrebbe, se non tutto, almeno qualcosa di più.

Guido che un mese fa era stato promosso di livello alla General Electrics e, tra una riunione a Barcellona e una a Parigi, aprendo e chiudendo l'appartamento di Chelsea, dove abitano i signori di Londra, tornava in trasferta a Milano. Nella sua città, nel suo palazzo, da suo figlio che ha 5 anni, abbastanza per ricordarsi di lui. Fabio che da Cornaredo era arrivato da ospite nel mezzanino di piazza Tommaseo. Dall'amico che era sazio ma stava male come lui.

«Tutto quello che c'è da sapere su Guido è uscito, è inutile indagare». Camilla Schiatti è la sorella di Guido, una delle due. Accarezza la figlia di pochi mesi. «Pensavamo stesse bene...». Suo marito è un giornalista Rai, è lui che domenica ha procurato i biglietti a Guido e a Fabio per Inter-Chievo. Stringe le spalle. «Lo conoscevo da quattro anni, negli ultimi due era molto felice: un uomo di successo, realizzato sul lavoro, corteggiato dalle donne. Un mese fa si era fidanzato con una bellissima ragazza. Bellissimo rapporto anche con la ex compagna e con il figlio. L'ha avuto quando aveva 22 anni e non sai ancora come sarà la tua vita».

Tutto quasi idilliaco. La morte arrivata quasi per caso. Non può essere così.
«Non so se lo stato emotivo di Fabio abbia influito su di lui». Perché vivevano insieme a Milano? «Dormivano ogni tanto insieme, come è normale quando due amici magari escono...».

Da quanto si conoscevano? Per i familiari «dai tempi del liceo», per gli investigatori «da poco tempo». Perché? Guido. Il rugby, l'Inter, le arti marziali, Capossela e John Lennon. Gli abiti di taglio, i voli pagati dalla General, un weekend sì e uno no. «Con la madre i rapporti andavano a intermittenza» racconta un amico. Quattro anni fa, quando Guido era ancora milanese, avevano lavorato come driver per la Bmw. «Spesso non rispondeva al telefono, ma questo non vuol dire niente. Chi non ha le sue storie e i suoi c...».

Fabio, soprannome "Yoghi" perché dicono che era buono. Lavorava o no? Aveva davvero problemi economici come ha scritto nelle lettere trovate dai poliziotti della scientifica? Matteo, 35 anni, l'aveva visto l'ultima volta 10 giorni fa. Al salone del mobile. «Mi ha detto che si stava occupando di noleggio di auto a lungo termine. Prima lavorava alla Monza-car, venditore. Poi agente di commercio in un'azienda che vende attrezzature per officine.

È vero che stava male per la storia finita con la ex (la madre di Jacopo, il bambino di due anni al quale Fabio ha scritto «non ti ricorderai di me», quasi sollevato). Diceva che lei gli aveva detto che non lo amava piú». Una ghigliottina per uno che sognava la famiglia perfetta. È finita con una boccetta di Valium e due bombole piene di elio. Uno arrivava da Chelsea, l'altro dall'hinterland. Si sono guardati per l'ultima volta e hanno infilato la testa in una doppia bara di plastica.

 

Fonte:

http://www.dagospia.com/rubrica-29/Cronache/articolo-54711.htm